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Le vacche

Tutte in fila, come vacche che si rifiutano di dare il latte, pronte per essere macellate. L’omino marchia la pelle con l’anestesia. Pochi capelli, cinquant’anni portati male, occhio allusivo. Ha il camice bianco e per lui siamo puttane. Si attarda sul corpo della più giovane. Le carezza il braccio “per prevenire la comparsa di un ematoma!”

Mentre la volontà scompare, il mondo si chiude su risa e suoni di gente che aggeggia dentro di me. Dispiaciuta, sono dispiaciuta. Soprattutto sono arrabbiata. Con me stessa, certo. Potevo stare più attenta, alla mia età poi. Noi poveri non possiamo permetterci questi lussi. La mia è una generazione disgraziata: a quarant’anni ancora dipendi dalla mamma e dal papa’.

Ma la rabbia non è tutta per me. La donna che ho incontrato al consultorio era gentile, carina. Aveva l’ansia da personale sotto organico chiamato a fare perenni straordinari. Faccia da pronto soccorso in stile con un “fermi tutti, qui ci penso io!”

Non mi è sembrata una che desse giudizi morali. Certo non parteggiava per me: Fissò il mio intervento con l’infornata di molte settimane dopo. Soltanto una prima che scadesse il tempo.

Giorni di merda quelli. Come stare su una barca con il mare in tempesta. Capite come stavo io? Non c’era niente, dolce o salato, che riuscissi a trattenere. Male dappertutto e la depressione dipingeva tutto di nero.

Ho perso il lavoro e per poco non perdevo anche il compagno. Sarebbe stato grave. Uno di sinistra non si trova dietro ogni angolo. Denunciava di sentirsi trascurato mentre lo buttavo fuori dal letto. Perché le femmine in cinta agli uomini sono sempre piaciute. Il mio malessere per lui era un dettaglio risolvibile. Bastava che all’improvviso lui prendesse a trattarmi come una bambina idiota. Compassione piuttosto che rispetto e corresponsabilità.

Al consultorio avevo visto altri uomini. Uno ottemperava. Roba di doveri da protocollare e archiviare. Ce n’era un altro. Pareva uno delle poste. Fatta consegna, via. Lei era probabilmente la badante della madre, o la sua.

Riapro gli occhi su una brutta stanza d’ospedale. Mi rimandano a casa che sto ancora rincoglionita. Ferita chiusa, possibilità chiusa, utero aperto. Rimane così: spalancato. In medicina si richiude a sprangate. La pillolina postoperatoria sembra innocua ma provoca crampi che nessuno si preoccupa di anestetizzare. Doglie similparto per settimane.

I dottori fanno i pusher solo per dolori consentiti e soprattutto spontanei. Quelli autoindotti non si attenuano: “Bisognava pensarci prima!”

Urlo l’utero che si richiude, accidenti a lui. Urlo il mio uomo eccitato mentre guarda il mio seno “grosso”. Urlo il mondo intero.

Proprio come fare una passeggiata!

Posted in Racconti 2006, Racconti di genere, Racconti Ultimati.

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